Difese alternative
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Difese alternative, guerriglie, resistenze nonviolente - gli articoli
Articolo sul matriottismo e e il progetto di Costituzione della Terra
Articolo su come si fa una rivoluzione nonviolenta
Intendiamo, Disarmisti esigenti & partners, inquadrare, esaminare e discutere un panorama di risposte che siano alternative al modello offensivo e nuclearizzato che - violando la Costituzione - stiamo, come Paese che dovrebbe "ripudiare la guerra", organizzando e coltivando in ambito NATO.
In particolare, stiamo pensando a produrre un documentario formativo, integrativo rispetto a quello realizzato da world beyond war, sulle difese alternative potrebbe essere strutturato in diverse sezioni, ognuna delle quali esplora un aspetto specifico:
1. Introduzione: Presentazione del concetto di difesa alternativa e delle sue motivazioni, come la riduzione delle sofferenze civili e la promozione della pace.
2. Difese di tipo difensivo: Analisi delle strategie militari difensive che si concentrano sulla protezione del territorio e delle popolazioni, evitando una infrastuttura organizzata per offensive su larga scala (le cosiddette proiezioni di potenza che abbisognano di missili di lunga gittata, cacciabombardieri di lungo corso, portaerei, elicotteri per trasportare truppe).
3. Guerriglie per la pace futura: Esplorazione di casi storici o teorici di guerriglie che hanno come obiettivo la negoziazione o la riconciliazione con gli invasori, evidenziando le sfide e le strategie utilizzate. Vi sono state resistenze armate che hanno combattuto gli imperialismi, non I popoli dei paesi imperialisti.
4. Difesa popolare nonviolenta: Presentazione di esempi storici e contemporanei di movimenti nonviolenti che hanno utilizzato tattiche come boicottaggi, disobbedienza civile e resistenza passiva per raggiungere i loro obiettivi.
5. Casi di studio: Approfondimento di specifici casi storici o contemporanei che dimostrano l'efficacia o le sfide delle difese alternative, come il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti o la resistenza nonviolenta in paesi occupati. Il caso principale è ovviamente la liberazione dell'India dal dominio coloniale inglese.
6. Strategie e tattiche: Analisi delle diverse strategie e tattiche utilizzate nelle difese alternative, inclusa la preparazione, l'organizzazione e la comunicazione. La necessità di orientare per questo scopo il servizio civile.
7. Implicazioni etiche e morali: Discussione delle implicazioni etiche e morali delle difese alternative, inclusa la protezione dei civili e la promozione della pace. Il diritto alla vita come base principale con la priorità individuata della riconciliazione dell'intera specie umana con la Natura.
8. Conclusione: Sintesi dei punti chiave e riflessione sulle potenzialità e le sfide delle difese alternative nel contesto contemporaneo.
Il documentario potrebbe includere interviste con esperti, testimonianze di attivisti e analisi di casi storici per fornire una comprensione approfondita e sfaccettata del tema.
La differenza tra difesa offensiva e difesa difensiva
IL MODELLO COSTITUZIONALE DI DIFESA DIFENSIVA
Un esempio concreto di attuazione della Costituzione dovrebbe riguardare un modello di difesa coerente con il principio del "ripudio della guerra" (Art. 11) e che coinvolga i cittadini in modo attivo nella preparazione della pace attraverso la pace (Art. 52).
Il "modello di difesa" è un concetto utilizzato dagli analisti strategici per descrivere l'insieme delle strategie, delle strutture e delle risorse che un paese utilizza per garantire la propria sicurezza nazionale. Questo modello include vari elementi, come:
Strategie di sicurezza: Le politiche e le tattiche adottate per affrontare le minacce alla sicurezza nazionale.
Struttura delle forze armate: L'organizzazione e la composizione delle forze militari, comprese le dimensioni, la ripartizione e le capacità operative.
Bilancio della difesa: Le risorse finanziarie allocate per la difesa, comprese le priorità di investimento e le spese militari.
Tecnologie militari: L'adozione e lo sviluppo di tecnologie avanzate per migliorare le capacità difensive.
Cooperazione internazionale: Le alleanze e le collaborazioni con altri paesi e organizzazioni internazionali per rafforzare la sicurezza collettiva.
Abbiamo modelli di difesa strutturalmente offensivi e modelli di difesa strutturalmente difensivi.
La nostra analisi, intenzionalmente non viziata (speriamo) da elementi pregiudiziali, è che, in ambito NATO, gli Stati membri siano collocati a organizzare un modello di difesa strutturalmente offensivo.
Un modello di difesa strutturalmente offensivo è caratterizzato da una postura militare e da una dottrina che privilegiano la proiezione di potenza al di là dei propri confini, con l'obiettivo di prevenire potenziali minacce o di estendere la propria influenza. Questo può manifestarsi attraverso:
- Dispiegamento di forze militari avanzate: Presenza di basi militari e truppe in paesi stranieri, vicino ai confini di potenziali avversari.
- Capacità di attacco rapido e a lungo raggio: Sviluppo di armamenti e strategie che consentono di colpire obiettivi distanti in tempi brevi.
- Dottrina militare che enfatizza l'azione preventiva: Priorità all'attacco preventivo per neutralizzare minacce percepite prima che si concretizzino.
- Espansione di alleanze e sfere di influenza: Allargamento di blocchi militari e promozione di accordi che estendono il raggio d'azione politico-militare.
La NATO è una organizzazione formalmente difensiva ma operativamente organizzata per la proiezione di potenza. È storicamente nata nel 1949 come patto politico difensivo ("Patto atlantico") tra paesi dell'America del Nord e dell'Europa occidentale, con l'obiettivo conclamato di contrastare l'espansionismo dell'Unione Sovietica. L'articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, che sancisce il principio di difesa collettiva ("un attacco contro uno è considerato un attacco contro tutti"), ne è la pietra angolare. Ma l'articolo 3, volto all'"aumento delle capacità militari", la qualifica come organizzazione in contrasto con lo statuto dell'ONU.
Il Patto atlantico e la NATO sono due cose diverse. Questa realtà può essere richiamata, ad es. dalla decisione di De Gaulle nel 1966, che fece uscire la Francia dal comando militare NATO per poter perseguire il proprio autonomo programma di "difesa" nucleare. Il centro politico del Trattato venne quindi trasferito da Parigi a Bruxelles, mentre il quartier generale militare (SHAPE, ovvero Supreme Headquarters Allied Powers Europe), si trova oggi poco più a sud, nella città di Mons.
Il Patto atlantico è un accordo politico, firmato a Washington, negli Stati Uniti, il 4 aprile 1949.
I fondatori sono 12 Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Islanda, Norvegia.
Il Patto atlantico trae origine dall'ideologia di una "società occidentale", fondata sulla libertà individuale, sul "libero mercato", sullo "Stato di diritto", sulla democrazia espressione della divisione dei poteri e del controllo della stampa libera, di fatto contrapposta ad un "sistema orientale" imperniato sul totalitarismo dell'URSS.
Quindi si trattava, nella retorica pubblica, di difendere una (falsa o comunque molto limitata) "libertà" dall'attacco di una (falsa) "eguaglianza".
La necessità del Patto atlantico era il prendersi l'impegno di garantire la sicurezza del "mondo libero" dalla "minaccia comunista": da questo impegno politico sarebbe derivato lo strumento pratico, la NATO, che avrebbe messo insieme i propri dispositivi di difesa, per reagire "come un sol uomo" ad un eventuale attacco.
La NATO è quindi l'organizzazione militare integrata, "organo" del Patto atlantico sopra richiamato. La sigla NATO sta per: North Atlantic Treaty Organization.
Tuttavia, nel corso della sua storia, la NATO, il braccio militare del Patto atlantico, ha sviluppato praticamente soprattutto capacità di proiezione di potenza, specialmente dopo la fine della Guerra Fredda. Alcuni elementi che vanno interpretati in questa direzione sono:
- Allargamento a Est: L'adesione di paesi dell'ex blocco sovietico ha portato la NATO a ridosso dei confini della Russia, generando preoccupazioni e tensioni.
- Interventi militari "fuori area": Le operazioni in Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Libia hanno dimostrato la capacità della NATO di intervenire militarmente anche al di fuori del territorio dei suoi membri.
- Sviluppo di capacità militari avanzate: L'investimento in sistemi d'arma tecnologicamente avanzati, come missili a lungo raggio e sistemi di difesa antimissile, può essere visto come una volontà di mantenere una superiorità militare e una capacità di deterrenza estesa.
La condivisione nucleare è notevole quale elemento cardine di una organizzazione militare mirata alla potenza.
L'"ombrello comune" della deterrenza nucleare è definito ufficialmente nei "concetti strategici" che si susseguono decennalmente, come "suprema garanzia di sicurezza ". La condivisione nucleare (in inglese: nuclear sharing) è un concetto politico che coinvolge i paesi membri, nella pianificazione per l'uso di armi nucleari da parte della NATO, ed in particolare prevede, per le forze armate di questi paesi, che siano coinvolte nella fornitura di queste armi in caso di necessità del loro utilizzo.
Per i paesi partecipanti, la condivisione nucleare consiste nel prendere decisioni comuni in materia di politica sulle armi nucleari, nel mantenere le attrezzature tecniche necessarie per l'uso delle armi nucleari (tra cui aerei da guerra, sottomarini e così via) e conservare le armi nucleari sul loro territorio.
Delle tre potenze nucleari della NATO (Francia, Regno Unito e Stati Uniti), solo gli Stati Uniti hanno fornito armi nucleari per la condivisione. Ad oggi, Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia fanno parte del progetto di condivisione nucleare avendo ordigni nucleari statunitensi nel proprio territorio.
In tempo di pace, le armi nucleari immagazzinate nei paesi non-nucleari sono sorvegliate da soldati statunitensi; i codici necessari per farle esplodere sono sotto il controllo degli Stati Uniti. In caso di guerra, le armi devono essere montate su aerei militari dei paesi partecipanti. Le armi sono sotto la custodia e il controllo della USAF Munitions Support Squadrons collocata sulle principali basi operative della NATO che lavorano insieme con le forze della nazione ospitante.
I piloti e altro personale dei paesi "non-nucleari" della NATO svolgono esercitazioni sulla gestione e l'uso delle bombe nucleari statunitensi; e aerei da guerra non-statunitensi sono stati adattati per portare le bombe nucleari degli Stati Uniti: ciò ha senza dubbio comportato il trasferimento di alcune informazioni tecniche sulle armi nucleari e questo dovrebbe bastare per sostenere che la condivisione nucleare della NATO viola gli articoli I e II del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).
Questi articoli infatti vietano il trasferimento e l'accettazione, rispettivamente, del controllo diretto o indiretto sulle armi nucleari. La sostanza è che tutti i preparativi per fare una guerra nucleare sono già stati fatti dai Paesi NATO apparentemente non in possesso di armi nucleari, ma coinvolti nella loro gestione.
Nell'accordo di condivisione nucleare rientrano le bombe nucleari tattiche degli USA modello B-61 ora in via di ammodernamento (modello B-61-12) per essere rese trasportabili dagli acquisendi F-35 (che vanno a sostituire gli F-16 o i Tornado).
Le armi, in numero imprecisato, sono depositate all'interno di una volta detta Hardened Aircraft Shelters (HAS) o Protective Aircraft Shelter (PAS), utilizzando l'USAF WS3 Weapon Storage and Security System.
Ritengo importante sottolineare che la NATO definisce sé stessa come un'alleanza difensiva giustificando le sue azioni come misure di deterrenza e di risposta a minacce alla sicurezza dei suoi membri. Tuttavia, la combinazione di allargamento a Est, interventi "fuori area" e sviluppo di capacità militari avanzate, incluse quelle nucleari, deve essere interpretata come una forma di proiezione di potenza che ha generato ragionevoli e legittime preoccupazioni in Russia e in altri paesi. Pertanto, non si può definire il modello di difesa della NATO come puramente difensivo, ma è innegabile che esso presenti elementi di proiezione di potenza che lo collocano in una dimensione offensiva. La percezione di questa postura da parte di altri attori internazionali è un fattore importante da considerare nell'analisi delle dinamiche di sicurezza globale.
La domanda da porre a questo punto è: la partecipazione dell'Italia a questa Alleanza dell'Occidente, finalizzata all'aumento delle capacità militari degli Stati membri, è conforme allo spirito e alla lettera "pacifista" della Costituzione? La nostra risposta di Disarmisti esigenti è chiara e netta in proposito: no, la partecipazione alla NATO non risponde a ciò che la Costituzione prescrive per promuovere la pace nel contesto di un "giusto" ordinamento internazionale.
Abbiamo quindi bisogno di un modello "costituzionale difensivo", contrapposto al modello NATO offensivo e nuclearizzato, che si discosterebbe da una concezione tradizionale di difesa basata esclusivamente sulla forza militare e si concentrerebbe invece sulla costruzione di una società resiliente, capace di prevenire i conflitti e di promuovere la pace.
Un modello di difesa difensiva, in termini costituzionali, implica una serie di principi e disposizioni che limitano l'uso della forza armata a scopi strettamente difensivi, escludendo azioni offensive o di aggressione. Questo si traduce in:
- Primato della difesa del territorio nazionale: Le forze armate sono concepite e strutturate principalmente per la difesa del territorio nazionale da attacchi esterni.
- Rinuncia alla guerra come strumento di offesa: La Costituzione sancisce esplicitamente il ripudio della guerra come mezzo per risolvere controversie internazionali o per offendere altri popoli, come previsto dall'articolo 11 della Costituzione italiana.
- Limitazione delle capacità militari: Le forze armate sono dimensionate e equipaggiate in modo da garantire la difesa, ma non da consentire proiezioni di potenza offensive al di fuori dei confini nazionali.
- Fuoriuscita da "condivisioni nucleari" e dall'ospitalità sul territorio nazionale di armi nucleari: non ci si riferiscesolo alle "tattiche" di Ghedi, Aviano o quanto altro, ma anche agli 11 porti ufficialmente a rischio nucleare, dove possono attraccare navi e sommergibili USA dotati (in casi straordinari) di armi "atomiche".
- Controllo parlamentare sull'uso della forza: Il Parlamento ha un ruolo centrale nel decidere l'impiego delle forze armate, con procedure che garantiscono un ampio dibattito e un consenso politico.
- Promozione della cooperazione internazionale e del multilateralismo: La Costituzione incoraggia la partecipazione a organizzazioni internazionali volte a promuovere la pace e la sicurezza, come le Nazioni Unite.
Un tale modello dovrebbe comporsi di una componente militare armata (come si è visto, territorializzata e denuclearizzata, con armamenti di basso potenziale proiettivo e distruttivo) e di una componente civile disarmata.
Per quanto riguarda la difesa civile, non armata e nonviolenta, bisogna prevedere la costruzione di strumenti come i corpi civili di pace, le ambasciate di pace, e i gruppi di azione nonviolenta.
Elementi chiave per tale modello sarebbero un servizio civile riformato e orientato verso la difesa popolare nonviolenta (DPN, in sigla) rispetto a quello assistenzialistico in vigore (specialmente dopo la controriforma Renzi) e la formazione alla nonviolenza e alla cultura di pace.
Come si fa una rivoluzione nonviolenta
COME SI FA UNA RIVOLUZIONE NONVIOLENTA?
Considerazioni per un incontro di riflessione e discussione
A cura di Alfonso Navarra (con l'aiuto di GEMINI)
Milano – bozza 30 maggio 2025
Realizzare una rivoluzione nonviolenta, secondo una visione strategica capace di analizzare e gestire i rapporti di forza, ed in cui l'unione popolare è concepita come la più potente delle forze, si basa su una profonda comprensione del potere e sulla capacità di impiegare metodi nonviolenti in modo pianificato e organizzato.
Le tesi di Gene Sharp, per molto tempo a capo dell'ALBERT EINSTEIN INSTITUTE, e le elaborazioni di Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, nel solco di Carlo Cassola e Alberto L'Abate, possono aiutare: si comprende la necessità di lotte "disarmate e disarmanti" che abbiano ampio respiro e inquadramento di lungo periodo.
Le tesi di Gene Sharp: il "Machiavelli della nonviolenza"
Gene Sharp è considerato il massimo teorico dell'azione nonviolenta, tanto da essere soprannominato il "Machiavelli della nonviolenza" o il "Clausewitz della guerra nonviolenta". I suoi studi sono stati tradotti e applicati in tutto il mondo per rovesciare dittature e regimi oppressivi. I suoi lavori fondamentali, come "La politica dell'azione nonviolenta" (divisa in tre volumi: Potere e lotta, Le tecniche, La dinamica) e il più agile "Liberatevi!", offrono una guida pratica e dettagliata.
I pilastri del pensiero di Sharp sulla rivoluzione nonviolenta sono:
- La natura del potere: Sharp sostiene che il potere di un regime, anche il più dispotico, non deriva primariamente dalla violenza, ma dalla sottomissione e dalla cooperazione della popolazione. Quando questa sottomissione e cooperazione vengono ritirate, il regime perde la sua legittimità e la sua capacità di governare.
- I 198 metodi dell'azione nonviolenta: Sharp ha catalogato centinaia di metodi di lotta nonviolenta, suddividendoli in tre categorie principali:
- Protesta e persuasione nonviolenta: manifestazioni, marce, veglie, petizioni, dichiarazioni pubbliche, creazione di simboli, ecc.
- Non cooperazione: boicottaggi sociali, economici, politici, scioperi, disobbedienza civile, ritiro del sostegno amministrativo, dimissioni di massa, ecc.
- Intervento nonviolento: sit-in, occupazioni, ostruzionismo nonviolento, digiuni, creazione di istituzioni parallele, ecc.
- La strategia: Non si tratta di azioni spontanee o casuali, ma di una strategia pianificata e disciplinata. È fondamentale:
- Identificare gli "interruttori del potere": cioè, le fonti di potere del regime (autorità, risorse umane, abilità e conoscenze, risorse materiali, sanzioni e ricompense, legittimità).
- Sviluppare un piano strategico: definire gli obiettivi, analizzare il contesto, scegliere i metodi più appropriati, prevedere le reazioni del regime e preparare le contromisure.
- Mantenere la disciplina nonviolenta: la violenza gioca a favore del regime, che è meglio attrezzato a usarla e reprimerla. La disciplina nonviolenta, invece, mette in crisi il regime, che non sa come controllarla e rischia di delegittimarsi ulteriormente con la repressione brutale.
- Incoraggiare la diserzione e il dissenso: l'obiettivo è incrinare la lealtà di forze dell'ordine, militari e funzionari, portandoli a non obbedire agli ordini repressivi.
- Affrontare la repressione: la repressione è inevitabile. Gli attivisti devono essere preparati ad accettare i rischi, ma anche a trasformare la repressione in un'opportunità per dimostrare la brutalità del regime e rafforzare il sostegno popolare.
- Differenza tra nonviolenza come stile di vita e come metodo di lotta: Sharp distingue tra la nonviolenza come principio etico o spirituale e la nonviolenza come tecnica pragmatica di lotta. Per Sharp, l'importante è l'efficacia nell'ottenere il cambiamento politico.
Le tesi di Alfonso Navarra e i "Disarmisti Esigenti"
Alfonso Navarra, figura storica dell'ecopacifismo italiano e portavoce dei "Disarmisti Esigenti" (dal sito www.disarmistiesigenti.org), si inserisce nel solco del pensiero nonviolento, ma con un'enfasi specifica e un'attualizzazione delle strategie.
Dal sito e dalle sue attività si possono ricavare alcuni punti chiave:
- Antimilitarismo radicale e disarmo unilaterale: Navarra e i Disarmisti Esigenti promuovono un disarmo profondo, con particolare attenzione alla questione nucleare. L'abolizione delle armi nucleari è un punto fermo, e si evidenzia l'insofferenza dei Paesi non nucleari verso il mantenimento di tali armamenti. Questo si traduce in proposte concrete come il taglio delle spese militari (es. un terzo delle spese militari in Italia, incostituzionali secondo la loro interpretazione).
- Obiezione di coscienza alle spese militari: Si promuove attivamente la campagna di obiezione di coscienza alle spese militari (OSM-DPN), come forma di non cooperazione diretta con il sistema bellico e finanziario che lo sostiene. Si tratta di un'azione individuale e collettiva per ritirare il sostegno economico alla guerra.
- Corpi Civili di Pace e difesa nonviolenta: Si propone l'istituzionalizzazione dei Corpi Civili di Pace per missioni internazionali di difesa pacifica dei diritti umani e come alternativa alla difesa militare. Questo si lega all'idea di una "difesa nonviolenta" (o "difesa popolare nonviolenta"), una forma di difesa nazionale che non si basi sull'uso delle armi, ma sulla resistenza civile della popolazione.
- Connessione tra lotte: I Disarmisti Esigenti fanno convergere le lotte per la giustizia climatica, sociale e di genere con quella per il disarmo. La guerra e il militarismo sono visti come ostacoli alla risoluzione delle crisi globali e alla realizzazione di una società più giusta ed ecologica. La visione politico culturale della terrestrità è un concetto che sintetizza questa interconnessione, ben oltre la retorica corrente della "cura".
- Costruzione di comunità politiche ampie: Si sottolinea l'importanza di costruire comunità politiche ampie a livello internazionale per un "ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni" (citando l'art. 11 della Costituzione italiana). Questo implica un impegno transnazionale per un mondo libero da armi, muri, debito illegittimo, razzismi e fascismi.
- "Disarmisti Esigenti" come approccio poietico ben oltre il pragmatismo: Il termine "esigenti" riflette un approccio che non si limita alla testimonianza, ma che mira a "esigere" cambiamenti concreti e incisivi, ispirandosi anche all'appello di Stéphane Hessel ("Indignatevi!"). Non si tratta solo di condannare, ma di agire per ottenere risultati. L'innovazione creativa dell'approccio poietico mantiene l'ancoraggio con i valori e il precetto strategico, messi tra parentesi dall'approccio "prgamatico", del "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici".
Come si fa una rivoluzione nonviolenta (sintesi tra Sharp e Navarra):
Per fare una rivoluzione nonviolenta, combinando le visioni di Sharp e Navarra, si possono delineare i seguenti passaggi:
- Analisi del contesto e identificazione del problema: Comprendere le fonti di potere del sistema che si vuole cambiare e le sue vulnerabilità. Definire chiaramente gli obiettivi del cambiamento.
- Sensibilizzazione e mobilitazione: Informare e educare la popolazione sulla natura del potere e sulle potenzialità dell'azione nonviolenta. Creare una vasta base di consenso e partecipazione, superando la paura.
- Sviluppo di una strategia diversificata:
- Ritiro del consenso e della cooperazione: Questo è il cuore dell'azione nonviolenta. Si traduce in scioperi, boicottaggi (economici, sociali, politici), disobbedienza civile diffusa (es. obiezione di coscienza alle spese militari, come proposto da Navarra).
- Proteste e interventi diretti: Manifestazioni di massa, sit-in, occupazioni simboliche, azioni di disturbo nonviolente.
- Creazione di alternative: Sviluppo di strutture e istituzioni parallele che prefigurino la società desiderata (ad esempio, reti di supporto, economie solidali, corpi civili di pace).
- Disciplina nonviolenta e formazione: È cruciale che i partecipanti siano formati alla disciplina nonviolenta per evitare provocazioni e mantenere l'integrità del movimento, anche di fronte alla repressione. La nonviolenza non significa passività, ma azione deliberata e controllata.
- Incitamento alla diserzione e alla non obbedienza: Si cerca di erodere il sostegno interno al regime, spingendo le forze dell'ordine e gli apparati statali a rifiutare gli ordini di repressione e a schierarsi con la popolazione.
- Pressione sui "sostenitori esterni": Nel caso di regimi autoritari o militaristi, è fondamentale agire anche a livello internazionale per isolare il regime e convincere altri Stati a ritirare il loro sostegno (politico, economico, militare).
- Costruzione di un futuro pacifico e giusto: La rivoluzione nonviolenta non si esaurisce con la caduta del regime, ma prosegue nella costruzione di una società basata sulla pace, la giustizia sociale, l'ecologia e il disarmo. Questo è il focus dei Disarmisti Esigenti, che propongono una "rivoluzione della terrestrità" come visione olistica del cambiamento.
In sintesi, una rivoluzione nonviolenta è un processo complesso e strategico che richiede organizzazione, disciplina e una profonda comprensione delle dinamiche del potere. Non è una mera reazione spontanea, ma un'azione deliberata e pianificata per ritirare il consenso e la cooperazione al sistema che si intende trasformare, mirando a un cambiamento radicale e duraturo.
La ripresa di considerazioni leniniste e gramsciane sulla "situazione rivoluzionaria".
l'idea di integrare le considerazioni di Lenin e Gramsci sulla "situazione rivoluzionaria" in una strategia di rivoluzione nonviolenta è un'intuizione affascinante e potenzialmente molto feconda, come suggerisce Alberto L'Abate ne "L'arte della pace". Nonostante Gene Sharp non si sia esplicitamente riferito a Lenin o Gramsci nelle sue opere, e lo stesso Alfonso Navarra pur essendo un militante di lungo corso non abbia le loro categorie come perno esplicito della sua elaborazione sulla nonviolenza, le intuizioni di questi pensatori possono offrire un quadro teorico robusto per comprendere le dinamiche del cambiamento sociale radicale, anche quando si opta per metodi nonviolenti.
Vediamo come le tesi di Lenin e Gramsci possono essere utili:
Lenin e la "Situazione Rivoluzionaria"
Per Lenin, una "situazione rivoluzionaria" non è un evento casuale, ma il risultato di condizioni oggettive e soggettive che creano una crisi profonda nel sistema. I suoi punti chiave sono:
- Crisi "dall'alto": L'incapacità delle classi dominanti di governare "come prima", la loro divisione interna, il loro fallimento nel risolvere i problemi acuti della società. Questo porta a una delegittimazione del potere.
- Crisi "dal basso": L'aggravamento della miseria e della sofferenza delle classi oppresse, che non vogliono più vivere "come prima". Questo aumenta la loro attivazione e la loro disponibilità a lottare.
- Aumento significativo dell'attività delle masse: Le masse, che prima erano passive, si mobilitano e sono disposte a intraprendere azioni rivoluzionarie.
- Presenza di un partito rivoluzionario: Un'organizzazione d'avanguardia capace di guidare le masse, di trasformare la crisi in azione rivoluzionaria e di assumere il potere.
Come si applica alla nonviolenza:
- Identificazione delle "crisi": Una strategia nonviolenta può attivamente lavorare per creare o accentuare le "crisi dall'alto" e "dal basso". Il ritiro del consenso (Sharp) e la non cooperazione (Sharp/Navarra) possono disorganizzare il regime, metterne in luce le contraddizioni e rendere evidente la sua incapacità di governare. Boicottaggi economici, scioperi generali, disobbedienza civile di massa possono paralizzare il sistema e creare una situazione di ingovernabilità.
- Mobilizzazione delle masse: La nonviolenza, in particolare per la sua inclusività (non richiede l'uso della forza fisica o armi, aprendosi a una partecipazione più ampia), è particolarmente adatta a generare "un aumento significativo dell'attività delle masse". Le campagne nonviolente di successo spesso coinvolgono milioni di persone.
- "Partito" o "movimento d'avanguardia": Sebbene la nonviolenza rifiuti l'idea di un partito gerarchico e verticistico alla Lenin, è essenziale la presenza di un movimento organizzato e strategico (come le reti di attivisti e le campagne proposte da Sharp e Navarra) capace di guidare l'azione, mantenere la disciplina e capitalizzare la "situazione rivoluzionaria". Questi movimenti agiscono come un "partito" nel senso di fornire direzione e coesione.
Gramsci e l'Egemonia
Antonio Gramsci, con la sua distinzione tra "guerra di movimento" (tipica delle rivoluzioni leniniste in contesti arretrati) e "guerra di posizione" (necessaria nei paesi occidentali con una società civile sviluppata), offre strumenti concettuali ancora più raffinati per una rivoluzione nonviolenta.
- Egemonia culturale e ideologica: Gramsci sostiene che il potere delle classi dominanti non si basa solo sulla coercizione (l'apparato statale, la forza), ma anche e soprattutto sul consenso, sull'accettazione da parte delle masse della visione del mondo e dei valori delle classi dominanti. Questo consenso è costruito attraverso le istituzioni della società civile (scuola, chiesa, media, partiti, sindacati, ecc.).
- Società civile e società politica: La "società civile" è il luogo della battaglia per l'egemonia, dove si forma il consenso. La "società politica" (lo Stato in senso stretto) è il luogo della coercizione. Per rovesciare il potere, non basta prendere il Palazzo d'Inverno (guerra di movimento), ma è necessario erodere l'egemonia nella società civile (guerra di posizione).
- Blocco storico: L'alleanza di diverse classi e gruppi sociali sotto la guida di una classe egemone.
- Intellettuali organici: Figure che elaborano e diffondono la visione del mondo della classe egemone, sia essa dominante o subalterna che aspira all'egemonia.
Come si applica alla nonviolenza:
- Guerra di posizione nonviolenta: La rivoluzione nonviolenta per sua natura è una "guerra di posizione" prolungata. Non mira a un assalto frontale allo Stato, ma a una progressiva erosione del consenso e della legittimità del potere dominante.
- Le campagne di disobbedienza civile, i boicottaggi, gli scioperi non sono solo atti di resistenza, ma anche strumenti per delegittimare il potere e per costruire un'alternativa morale e politica.
- La creazione di "istituzioni parallele" (come suggerito da Sharp) o l'attivismo dei Corpi Civili di Pace (Navarra) sono esempi concreti di costruzione di una "contro-egemonia" nella società civile.
- Smantellamento dell'egemonia: La nonviolenza opera smascherando le false narrazioni del potere, evidenziando le sue ingiustizie e proponendo valori alternativi. Le azioni nonviolente (es. le marce della pace, le campagne di obiezione fiscale) servono a creare un nuovo senso comune, a rendere visibili le alternative e a costruire consenso attorno a esse.
- Costruzione di un "blocco storico nonviolento": Una rivoluzione nonviolenta efficace deve coinvolgere diverse fasce della popolazione, superando divisioni settoriali. La capacità di unire movimenti per la pace, la giustizia climatica, i diritti sociali (come tenta di fare Alfonso Navarra con i Disarmisti Esigenti) è fondamentale per costruire un'ampia coalizione egemonica.
- "Intellettuali organici nonviolenti": Figure come Sharp e Navarra, con le loro elaborazioni teoriche e le loro attività di formazione e sensibilizzazione, agiscono come "intellettuali organici" per il movimento nonviolento, fornendo strumenti concettuali e pratici per la lotta.
Punti di contatto e sinergie
L'integrazione di Lenin e Gramsci con la nonviolenza può portare a una strategia più consapevole e profonda:
- Dalla "crisi" all'azione strategica: Le categorie leniniste aiutano a identificare i momenti propizi per l'azione, mentre la nonviolenza offre i metodi per agire in tali momenti in modo efficace e sostenibile.
- Dalla "coercizione" all'"egemonia": Gramsci spiega perché non basta la coercizione del potere, e perché la lotta nonviolenta per il consenso è fondamentale per un cambiamento duraturo. Sharp dimostra come il ritiro del consenso sia la chiave per paralizzare il potere.
- La guerra di posizione nonviolenta: La nonviolenza è per sua natura una guerra di posizione. Non cerca la distruzione fisica dell'avversario, ma la sua delegittimazione e il ritiro del consenso, che è un processo lento ma profondo.
- Il ruolo della società civile: Entrambi i filoni (Gramsci e la nonviolenza) pongono grande enfasi sulla vitalità della società civile come arena fondamentale per la lotta e la trasformazione.
Criticità e precisazioni
È importante sottolineare che l'integrazione deve essere critica:
- Rifiuto della violenza leninista: Se si prendono le categorie di Lenin, si deve chiaramente rigettare la sua dottrina della "dittatura del proletariato" e l'uso della violenza come strumento rivoluzionario. La nonviolenza è un metodo e un principio che si oppone radicalmente a tale logica.
- La natura del "partito": Il "partito" nel contesto nonviolento è un movimento orizzontale, inclusivo, basato sulla partecipazione e sulla disciplina volontaria, non sulla gerarchia e sul controllo autoritario tipico dei partiti leninisti. C'è bisogno di una avanguardia organizzata ma questa deve accettare il pluralismo esterno ed interno.
- Obiettivi finali: Mentre il marxismo-leninismo mira alla soppressione dello Stato e all'instaurazione di una società comunista, la rivoluzione nonviolenta può avere obiettivi diversi, ma spesso si concentra sulla demilitarizzazione, sulla giustizia sociale e ambientale, sulla costruzione di democrazie partecipative. E' una rivoluzione che è innanzitutto conservazione delle basi della vita, nell'ottica della terrestrità!
In conclusione, la ripresa di considerazioni leniniste e gramsciane può essere estremamente utile per elaborare una strategia di rivoluzione nonviolenta. Gramsci, in particolare, offre una cornice teorica potente per comprendere come la nonviolenza possa erodere l'egemonia del potere e costruire un consenso alternativo nella società civile, preparando il terreno per un cambiamento radicale che non si limiti al rovesciamento del regime, ma che instauri una nuova forma di "egemonia nonviolenta". L'intuizione di Alberto L'Abate è quindi pienamente condivisibile: la nonviolenza può e deve dotarsi di una strategia complessa e profonda, e i classici del pensiero rivoluzionario, riletti in chiave nonviolenta, possono fornire strumenti preziosi a tal fine.
La rivoluzione nonviolenta può e deve conservare un momento insurrezionale?
Si deve dare in proposito una risposta positiva: la rivoluzione nonviolenta può e spesso deve conservare un momento insurrezionale, inteso non come un assalto armato, ma come un culmine dell'azione di massa e del ritiro del consenso che porta al crollo del regime. Le "rivoluzioni colorate" e le "primavere arabe" sono esempi lampanti di come questo "momento insurrezionale" nonviolento si manifesti.
Il Culmine dell'Azione Nonviolenta: L'Assedio dei Palazzi del Potere
Questi movimenti hanno dimostrato che la forma di lotta principale in queste fasi decisive è spesso un accampamento di massa in assemblea permanente che, organizzato in piazza, assedia simbolicamente e fisicamente i palazzi del potere. Questo scenario non è violento in sé, ma è profondamente insurrezionale per diversi motivi:
- Paralisi del potere: La presenza massiccia e persistente della popolazione intorno ai centri di comando blocca l'attività governativa, interrompe le comunicazioni e rende difficile l'esercizio dell'autorità. Il regime si trova fisicamente assediato e isolato.
- De-legittimazione radicale: L'immagine di migliaia o milioni di persone che chiedono apertamente le dimissioni del governo o del leader è un colpo devastante alla sua legittimità. Dimostra che il "consenso" (anche se forzato) su cui si reggeva il potere è svanito.
- Pressione psicologica e morale: La resistenza pacifica e la determinazione delle masse esercitano una pressione enorme sulle forze di sicurezza e sugli apparati statali. Di fronte a cittadini disarmati ma risoluti, l'uso della violenza diventa sempre più difficile da giustificare, anche per i più fedeli al regime. È in questi momenti che si verificano le diserzioni e le fratture interne agli apparati repressivi.
- Simbolo di una nuova sovranità: L'accampamento diventa un contro-potere, un luogo dove la nuova sovranità popolare si manifesta e si organizza in assemblea. Non è solo una protesta, ma l'inizio di una nuova forma di governo dal basso, prefigurando il dopo-regime.
- Esposizione mediatica e internazionale: Questi assedi attirano l'attenzione dei media globali, mettendo il regime sotto i riflettori internazionali e rendendo più difficile la repressione brutale senza subire condanne e sanzioni.
Connessioni con Sharp e Gramsci
Questa fase "insurrezionale" nonviolenta si lega perfettamente alle tesi di Gene Sharp e si arricchisce con le categorie di Gramsci:
- Sharp e il ritiro del consenso: L'assedio nonviolento è l'espressione più evidente e drammatica del massivo ritiro del consenso e della cooperazione. Quando la popolazione rifiuta di riconoscere l'autorità e di cooperare, persino i soldati e la polizia possono trovarsi a disagio nell'eseguire gli ordini di repressione contro la propria gente. È il punto di rottura in cui il potere del regime, basato sulla sottomissione, si dissolve.
- Gramsci e la "crisi organica": Questo momento insurrezionale nonviolento può essere interpretato come il culmine di una crisi organica nel senso gramsciano. L'egemonia del regime si è talmente erosa nella società civile che la crisi "dal basso" incontra la crisi "dall'alto" (incapacità del regime di governare). Le masse "non vogliono più" e i governanti "non possono più" governare. L'assedio dei palazzi è il segno visibile e l'atto pratico di questa perdita di egemonia e legittimità.
Rivoluzione, non Colpo di Stato
È fondamentale distinguere questo "momento insurrezionale" nonviolento da un colpo di stato o una ribellione armata. Non c'è un'élite che prende il potere con la forza, ma una mobilitazione di massa che rende insostenibile la posizione del regime. La nonviolenza non è passività; al contrario, richiede un'enorme energia, organizzazione e coraggio per sostenere una tale pressione sui centri di potere.
In definitiva, sì, la rivoluzione nonviolenta, quando mira ad abbattere un regime oppressivo, non solo può ma deve contemplare e preparare un momento culminante di pressione massima e di assedio nonviolento dei centri di potere, in cui il rifiuto della popolazione di essere governata diventa l'elemento determinante per il crollo del regime. È il momento in cui la forza del numero e della determinazione pacifica prevale sulla forza della coercizione.
Ma bisogna avere l'accortezza di capire quando è il momento di lanciare un assalto nonviolento ai palazzi del potere: se il regime contro cui ci si contrappone è compatto ed è capace di resistere alle pressioni esterne non siamo di fronte a una situazione rivoluzionaria.
Rileggiamo l'analisi leninista della Doppia Condizione della "Situazione Rivoluzionaria"
- "Il popolo non accetta più di essere comandato come prima." (Crisi dal basso): Questo è l'elemento della volontà popolare, del ritiro del consenso, della mobilitazione di massa e del desiderio di cambiamento. È la forza propulsiva che si manifesta nelle proteste, nella disobbedienza civile e nella crescita del movimento.
- "Il potere non è più in grado di comandare come prima." (Crisi dall'alto): Questo è l'elemento della debolezza del regime, della sua incapacità di mantenere la coesione interna, della sua perdita di legittimità anche tra i suoi stessi apparati (forze dell'ordine, burocrazia, militari) e dell'erosione delle sue fonti di potere.
È proprio la convergenza di queste due condizioni a definire una vera "situazione rivoluzionaria" che renda l'azione nonviolenta culminante efficace. Senza la seconda condizione, il regime è ancora troppo forte e coeso per cedere alla pressione, anche se massiccia e pacifica.
Il Rischio di un "Assalto" Prematuro
Il richiamo a Piazza Tienanmen (1989) è un esempio paradigmatico di cosa accade quando l'elemento della "crisi dall'alto" è insufficiente. Nonostante l'enorme e coraggiosa mobilitazione popolare (la crisi dal basso era potentissima), il Partito Comunista Cinese e l'esercito erano ancora sufficientemente uniti e determinati a mantenere il potere con la forza bruta. Mancava quella crepa interna al regime che avrebbe potuto portare alla diserzione o alla non obbedienza delle forze repressive. Il risultato fu una repressione sanguinosa.
Come Valutare il Momento Giusto
Determinare il "momento giusto" non è semplice, ma alcune indicazioni possono derivare dagli studi sull'azione nonviolenta:
- Segnali di divisione nel regime: Si osservano defezioni di funzionari, giornalisti, militari? Ci sono voci di dissenso all'interno dell'élite? Le forze di sicurezza mostrano segni di esitazione o di non voler usare la violenza contro i manifestanti?
- Frequenza e intensità delle proteste: Le manifestazioni sono sempre più ampie, frequenti e persistenti, o si tratta di episodi isolati e facilmente controllabili?
- Perdita di controllo territoriale o funzionale: Il regime sta perdendo il controllo su alcune aree del paese o su settori chiave della società (es. scioperi generalizzati che paralizzano l'economia)?
- Pressione internazionale: Il regime è sempre più isolato e sotto pressione da parte della comunità internazionale, che potrebbe ostacolare il suo ricorso alla repressione?
- Preparazione e disciplina del movimento: Il movimento nonviolento è sufficientemente organizzato, addestrato e disciplinato per sostenere un assedio prolungato, o rischia di disgregarsi sotto la pressione o di cadere in provocazioni?
Gene Sharp enfatizza l'importanza di una strategia dinamica, che preveda fasi di preparazione, escalation e ritirate tattiche. Non si tratta di un'unica carica, ma di una serie di azioni volte a sondare le reazioni del regime, a rafforzare il movimento e ad ampliare le crepe nel fronte avversario. Solo quando le crepe diventano evidenti e le fonti di potere del regime si stanno prosciugando, l'assalto nonviolento finale può avere successo.
In sintesi, la saggezza strategica della rivoluzione nonviolenta impone una lettura attenta della situazione oggettiva. L'ardore e la determinazione delle masse sono indispensabili, ma devono essere guidati da una valutazione pragmatica della capacità del regime di resistere. L'obiettivo è evitare il martirio inutile e massimizzare le probabilità di successo, facendo in modo che la forza della nonviolenza trovi un terreno fertile per fiorire e portare al cambiamento desiderato.